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L’efficienza del multitasking nelle attività ad impatto cognitivo

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Molte persone si credono abili esecutrici nello svolgere più attività parallele (multitasking, da multi-task, ovvero molteplici attività simultanee). Questa è una delle credenze che più fanno perdere tempo alle persone, alla produttività, e che va sostanzialmente ridotta per risultare più efficienti nelle diverse attività quotidiane che richiedono una certa dose di attenzione e pensiero cognitivo.

Non sapere di sapere: il bias neurologico

Certo, siamo in grado di parlare al telefono mentre sorseggiamo un buon caffè, così come siamo in grado di guidare ascoltando la nostra stazione radio preferita. Frequentemente, tra amici, le donne si lodano di saper portare avanti 3-4 attività contemporaneamente, come ad esempio preparare la cena, metter su una lavatrice, e vestire i bambini mentre si fa una telefonata di lavoro.

Ecco, queste attività simultanee non sono multitasking, e scopriremo il perché a breve. Un plauso va comunque alle donne, e leggendo fino alla fine capirete perché 😉

La cosa importante, è capire che nella scala dell’apprendimento, ci sono 4 fasi:

non so di non sapere
so di non sapere
so di sapere
non so di sapere

L’esempio canonico è il guidare, ad esempio l’auto o la bici: finché non mi serve farlo, non so di non saper guidare, non ci penso proprio; poi quando inizia a stuzzicarmi l’idea, so di non saper guidare e nasce il desiderio di voler imparare; man mano che imparo, so di sapere, ovvero so quali azioni devo compiere e quali abilità ho acquisito per svolgere una certa cosa (pensandoci: è risaputo che le prime volte che si guida l’auto, non si vuole nemmeno la radio accesa per “restare concentrati”); infine il processo, l’azione della guida è così automatica, che la si fa senza pensarci – innestare una marcia, parcheggiare, frenare ci viene naturale – e siamo in grado di fare altre cose – ad esempio ascoltare la musica e cantare a ritmo.

Le performance cognitive nei cambi di attività

Nell’esempio, la guida è una attività ad impatto cognitivo importante, infatti le attività “parallele” vengono poste in secondo piano se ci accorgiamo che l’auto che ci precede frena bruscamente e dobbiamo frenare energicamente pure noi.

Cosa succede quando le attività che dobbiamo svolgere richiedono una certa dose di pensiero e concentrazione in quanto sono attività che, ad esempio al lavoro, creano nuovi scenari su cui la nostra concentrazione sa di non sapere?

Il neuroscienziato Earl Miller del MIT, il dr Travis Bradberry dell’università di Londra, e numerosi studi di diverse associazioni scientifiche come la American Psychological Association, stabiliscono che il nostro cervello per moltissimi compiti soprattutto ad impatto cognitivo, non è in grado di fare multitasking. L’impressione che le persone hanno è di fare multitasking, in realtà fanno frequenti cambi da un’attività all’altra, quindi non in parallelo ma con un cambio frequenza tale da sembrare multitasking.

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[clicka la figura per ingrandirla] Apparentemente, in figura, sembra di aver svolto molta attività per il progetto. Il salto di argomento quando sono coinvolte le capacità cognitive, richiede fino a 5 minuti di tempo. Nell’ipotesi di 3 minuti di tempo per il cambio, su 21 cambi nell’attività progettuale, hai sprecato 1h. Su 3h45m di attività primaria complessiva, il 27% del tempo per l’attività primaria è stato infruttuoso.
Tutto questo crea un dannoso circolo vizioso che ci fa sentire come se avessimo fatto un sacco di cose, mentre in realtà non abbiamo realizzato nulla – niente almeno che richieda l’uso del pensiero critico e cognitivo. Tali ricercatori sono concordi anche nel dire che attività come il controllo delle email, di FB o di Whatsapp costituiscano una dipendenza neurale, non cognitiva. E molte ricerche sono state adottate da diversi stati per testimoniare come l’uso del cellulare alla guida (che solitamente implica l’impegno cognitivo per il recepimento delle informazioni) sia dannoso: anche la guida ha bisogno di impegno cognitivo, e post-porre una frenata di mezzo secondo a 30Km/h è la linea di confine tra la vita e la morte.

Il multitasking rende più complesso organizzare i pensieri e filtrarne le informazioni non pertinenti riducendo l’efficienza e la qualità del lavoro. Sempre all’Università di Londra hanno verificato che i soggetti sottoposti a multitasking con il coinvolgimento di attività cognitive hanno subìto cali importanti del loro QI (quoziente intellettivo) mediamente di ben 10 punti!

Le neuroscienze e gli studi sulle performance del multitasking

Dal punto di vista neuroscientifico, è stato verificato anche che il multitasking fa produrre molto più cortisolo rispetto la norma. Ed il cortisolo è l’ormone dello stress. Le conseguenze di tale agire sono evidenti: ci si stanca prima e ci si sente mentalmente esauriti.

Uno dei motivi per cui ci si affatica e stanca maggiormente, è il senso di completezza che si ha a fine giornata. È innegabile che, come nell’immagine sotto, ci sia una rilevante differenza nel senso di ricompensa percepito per aver completato un’attività rispetto ad averne iniziate diverse e completata nessuna. E, potenzialmente, per farne una sola abbiamo impiegato meno tempo che per fare un pezzo di più attività.

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[clicka la figura per ingrandirla] Pensaci: qual è il tuo livello di soddisfazione e completezza, nei due casi sopra elencati? Non è forse una frase sempre più ripetuta e sentita da parte dei colleghi o anche responsabili di funzione, o manager, il “quando posso lavorare da casa, sono estremamente più produttivo?” Nella figura sopra, la somma delle attività multitask è comunque superiore a quella monotask (escludendo i tempi di passaggio tra le attività), ma il senso di completezza è tipicamente inferiore.
In sostanza, l’essere umano riesce a fare più attività contemporanee quando riesce ad innescare l’auto-pilota in gesti e azioni predefiniti; ma quando il cervello riceve più informazioni di quante è in grado di processare, perché viene coinvolta la capacità di filtraggio, cognizione e deduzione, la corteccia prefrontale laterale posteriore prende il sopravvento. Questa è l’area smistatrice dei messaggi e per costituzione funziona come un tubo: il primo stimolo che entra verrà elaborato prima di un successivo. Quando queste informazioni entrano rapidamente, vengono persi i primi pezzi di informazione, e gli altri scartati: viceversa, il tubo saturerebbe e tutte le informazioni sarebbero perdute.

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[clicka la figura per ingrandirla] Cosa succede alla corteccia prefrontale laterale posteriore quando c’è sovraccarico di informazioni? Che perde alcuni dati, con conseguenze sensibilmente diverse.

Considerazioni storico-evolutive

Se il multitasking fosse stata una abilità umana dall’esistenza dell’uomo, probabilmente ci sarebbe stata una parola per definirlo fin dalla preistoria. Tuttavia il termine nasce nel 1965 per fantasia di IBM nella definizione delle nuove capacità di calcolo di un loro elaboratore. Negli stessi anni, molti esperimenti di psicologia iniziarono per comprendere la capacità di reagire a più stimoli contemporanei da parte dell’uomo.

Nel tempo, il multitasking è entrato – erroneamente– in modo importante nel nostro modo di pensare all’efficienza e all’essere competitivi nel mondo del lavoro, così come per stare in contatto con famiglia e amici, ed è diventato essenziale nella prevenzione di una nuova forma di ansia definita FOMO (Fear Of Missing Out – paura di perdere informazioni).

Conclusioni

Stiano tranquille le donne che all’inizio dell’articolo hanno iniziato ad issare gli scudi: a loro va decisamente meglio, perché per conformazione del loro smistatore di input nel cervello, riescono a gestire più attività a bassissimo impatto cognitivo di un essere umano di genere maschile, e il loro QI mediamente scende della metà rispetto a quello maschile.

Detto questo, e considerando che il cambio di attività – e quindi di reintegro della consapevolezza cognitiva – spreca il 40% di produttività, sempre secondo le ricerche nel multitasking, le tecniche più utili per gestire le attività che adotto e faccio adottare solitamente (altre le trovi su questo eBook gratuito di cui ti faccio dono):

La lista delle 6 cose da fare

La sera, scriviti le 6 cose da fare a partire dalla mattina dopo. Falle in quell’ordine, costi quel che costi. Vedrai che riuscirai ad abbattere tempi ed avere performance per cui tutti ti prenderanno ad esempio. E se alla fine della giornata restano ancora cose da fare dalla lista, mettile in ordine tra le 6 del giorno dopo (sempre che ne valga ancora la gioia 🙂 ). Questa tecnica favorisce il focus ed evita sprechi di tempo nell’organizzazione delle attività mattutine.

La tecnica del pomodoro

Concentrati su una attività spegnendo o silenziando tutte le distrazioni, per 25 minuti. 100% concentrazione. Poi, puoi fare quello che vuoi per 5 minuti, e poi ti rituffi nell’attività ad impegno cognitivo per altri 25 minuti. E procedi così finché arrivi alla fine della giornata. Questo processo, facilita l’installazione dell’abitudine a non distrarsi durante un’attività ad impatto cognitivo, e ti farà raggiungere obiettivi e risultati in un tempo decisamente minore al solito, oltre ad aumentare la tua autostima e la tua soddisfazione personale.

 

Alla tua produttività!

 

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2 pensieri su “L’efficienza del multitasking nelle attività ad impatto cognitivo

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